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Il match fra centrodestra e centrosinistra
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di: Paolo PILLITTERI   
mercoledì 06 dicembre 2017

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Il paziente e il presuntuoso
Eppure si muovono, staremmo per dire a proposito di centrode stra e centrosinistra. Ma si tratta di due movimenti diversi.

Con una sorta di rinascita e con una sempre più affermata leadership del centrodestra, Silvio Berlusconi è tornato alla politica così attiva che più attiva non si può. Anche e soprattutto perché appare deciso a non ripetere certi errori, sbagli di un passato che, peraltro, gli sono stati “imputati” in misura pesantissima, al di là, al di sopra, contro ogni ragionevole dubbio.                   

Il centrodestra si muove e si muove bene, almeno fino ad ora, anche alla luce della new entry politica di Stefano Parisi al quale qualcuno rimprovera un ritorno al partito personalistico (Energie per l’Italia) anche se, almeno nelle sue enunciazioni programmatiche, ha bensì l’aria di un ritorno, ma a un berlusconismo doc, con lo spruzzo intelligente e accurato non tanto o non solo nella diffida per “nuovissimi inciuci”, ma nella puntuale offerta di punti interessanti nel programma: no alla stagnazione causa delle disuguaglianze, rimessa in moto dell’ascensore sociale, incentivi a chi guadagna poco senza dare stipendi ai giovani poveri aggiungendo la possibilità di lavorare oltre i 67 anni, riduzione del debito pubblico con tagli della spesa e di personale, abbassare le aliquote sui redditi alti facendo però pagare loro la sanità, due aliquote per la flat tax, un codice nuovo degli appalti, Anac abolita e, in primis, spazzare via la cultura anticapitalista.

Non male, anche come arricchimento di una Forza Italia e, perché no, di un centrodestra che sembra muoversi, e meglio, anche vedendo i risultati ottenuti con una vera e propria svolta da Giorgia Meloni, con punzecchiature allo stesso alleato Matteo Salvini. C’è sempre e comunque, più vivo che mai, il match fra centrodestra e centrosinistra. E si muovono.

Del centrosinistra va chiarito subito che il suo movimento sta, da qualche ora, in quella “chose” che i partiti d’antan consideravano se non una sciagura, di certo un passo indietro. Rispetto a che? Alla loro unità, considerata né più né meno che un patrimonio prezioso, da conservare e, se del caso, sbandierare. C’è n’è ben poco da mostrare, sia per gli uni (Renzi) che per gli altri (Grasso, Bersani, D’Alema) reduci entrambi da una freschissima scissione, per di più alla vigilia o quasi di una competizione elettorale politica. Appunto, la politica. Che c’è di politico in un neopartito, se non in una sinistra tout court, che acclama come suo leader un ex giudice, peraltro bravo, e noto anche alla luce delle sue sentenze “storiche” contro la mafia siciliana? C’è una sorta di ritorno al passato, sia pure aggiornato e temperato e comunque in sintonia con quello che oltre vent’anni fa si diceva dell’ex Pci, ovvero il Partito dei Giudici. Un fatto, indubbiamente. E basta rileggere servizi di media, tv e quant’altro. E in attesa degli inevitabili talk-show.

Da qualche parte si è sussurrato dunque di ritorno al partito dei giudici, appunto, che così, tanto per ricordarlo, ha tolto di mezzo i partiti storici cancellando la Prima Repubblica. E vabbè. Ma c’è, nel nuovo movimento, una ratio, vale a dire una scissione ritenuta utile, urgente, necessaria per una unificazione, ovverosia la ricomposizione della nuova sinistra in un nuovissimo “ensemble” di cui le immagini dei vari Speranza, Fratoianni e Civati con al centro il Presidente del Senato, sono l’emblema. Una delle ragioni che più fortemente viene proclamata dagli interessati - Grasso parla di totale discontinuità dal Partito Democratico - è il recupero di un’area sulla quale si va comunque estendendo, da tempo e con successo, l’ombra pentastellata che detiene, oggi più dell’altro ieri, un primato di voti rispetto agli scissionisti-unionisti di oggi e che, cavalcando ciò che va sotto il nome di rancore degli italiani, vuole rappresentare in Parlamento tutta l’opposizione di sinistra, l’alternativa alla destra, al centro e, ovviamente, al Pd che è ritenuto praticamente defunto da un Luigi Di Maio. Altro che discontinuità...

In effetti la nuovissima realtà della gauche ha nel suo mirino Matteo Renzi, giacché è visibile ad occhio nudo, senza speciali lauree in politologia, come e qualmente l’impulso più deciso, la spinta più forte alla scissione, è stata spiegata urbi et orbi da quel Massimo D’Alema che ha sempre evidenziato un conflitto insanabile con il compagno (meglio, ex compagno) Matteo. Il quale, peraltro, attribuisce la guida effettiva del nuovo partito non a Grasso ma a D’Alema. Il Renzi reduce da una scissione che ha di fatto amputato il suo Pd, si rifugia in una irritazione incontenibile, nelle battute gelide, nella sufficienza snobistica a proposito del partitino ininfluente, tira per la giacca lo steso Grasso e, naturalmente, corre in televisione. E promette, promette, promette...

Sullo sfondo le elezioni di primavera con la continuità di un match fra centrodestra e centrosinistra non poco duro per Renzi e che si preannuncia non privo di nuovi colpi. Bassi? Alti? Ad libitum...

tratto da www.opinione.it

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