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Dell'Utri sta molto male. Oggi il verdetto sui domiciliari
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di: Stefano ZURLO   
martedì 05 dicembre 2017

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Una legislazione vergognosa
Cuore, prostata e un tumore: l'ex senatore è incompatibile con la cella. Lo dice Rebibbia

Forse, ci siamo. L'attesa logorante dovrebbe finire oggi davanti ai tre giudici del tribunale di sorveglianza. Marcello Dell'Utri conoscerà a breve il proprio destino: permanenza in carcere, a Rebibbia, detenzione in clinica o a casa, sospensione della pena. Tutto è possibile in un procedimento chilometrico, in cui le perizie degli specialisti vengono valutate e pesate dai magistrati. Insomma, il tasso di discrezionalità è sempre alto, ma questa volta sarà difficile superare il «bollettino» arrivato dalla direzione del carcere romano: l'ex senatore è incompatibile con il carcere.                 

 

Anzi, per essere più precisi, è ancora più incompatibile di prima: non può rimanere in cella. La situazione, già pesante, si è aggravata. Alla cardiopatia e alle altre patologie si è aggiunto un insidiosissimo tumore maligno alla prostata, come anticipato ieri dal Tempo. È un po' faticoso elencare tutti i guai di salute di un uomo che ha tagliato il traguardo dei 76 anni e deve scontare una pena di 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

Ma per capire il quadro, basterà ricordare che da più di un anno e mezzo Dell'Utri combatte con una salute sempre più malandata. Il 13 maggio 2016 l'ex parlamentare si sentì male e venne ricoverato all'unità coronarica del Pertini di Roma. Un'infezione lo portò ad un passo dalla tomba, poi il detenuto eccellente si è ripreso, ma fino a un certo punto.

Il cuore è quello che è, ora si aggiunge la prostata. Una prima relazione della Direzione sanitaria di Rebibbia, datata 26 ottobre 2017, parla di «patologia oncologica del paziente». Una seconda del 16 novembre mette in fila una sfilza di problematiche assai preoccupanti: «Ipertensione arteriosa, cardiopatia ischemica, lieve insufficienza della valvola aortica e della valvola mitralica, diabete mellito», infine «adenocarcinoma prostatico». Un mezzo disastro.

Alla vigilia dell'udienza decisiva, gli avvocati non si vogliono esporre ma il retropensiero che s'intuisce è eloquente: avesse avuto un altro cognome, meglio quello di un illustre sconosciuto, oggi Dell'Utri sarebbe già fuori da un pezzo. Invece, una prima istanza era stata respinta l'anno scorso, ora siamo al secondo, interminabile round. Il Giornale e altri quotidiani hanno richiamato l'attenzione sulla vicenda del fondatore di Publitalia e qualcosa si è smosso: i tempi del procedimento, inevitabilmente lunghi per i pareri chiesti agli esperti, sono stati accelerati, ma fra un passaggio e l'altro si è arrivati ormai a Natale. E i familiari sono sulle spine: da due mesi circa è stato chiesto un esame approfondito per stabilire la strategia d'attacco al tumore, probabilmente un intervento chirurgico o la radioterapia, ma nessuna risposta è arrivata. E la cura deve ancora iniziare. Un quadro difficile, sempre più complicato anche per il fatale progredire dell'età.

Qualcuno inizia addirittura a fare calcoli di altro genere: Dell'Utri, conteggiando gli abbuoni previsti dall'istituto della liberazione anticipata, ha già scontato circa 4 anni dal momento dell'arresto, avvenuto a Beirut nell'aprile 2014; gli restano, sempre con i bonus, circa due anni e mezzo e dunque la libertà si avvicina.

C'è poi il capitolo Strasburgo, ma pure alla Corte dei diritti dell'uomo si va a rilento. Ci vorrà ancora molto tempo prima che il suo ricorso contro la condanna venga esaminato. Il concorso esterno è stato codificato, come dicono i giuristi, solo nel '94 mi fatti per cui Dell'Utri è stato condannato si fermano al '92. Prima. C'è un'incongruenza che i giudici italiani però, fra un rimpallo e l'altro, non hanno preso in considerazione. Ora si aspetta un verdetto «umanitario».

tratto da www.ilgiornale.it

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