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Il Cavaliere da Vespa e il primato della politica
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di: Paolo PILLITTERI   
martedì 21 novembre 2017

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Come sempre lucido e convincente
No, non è un puro e semplice elogio di una trasmissione di punta del servizio pubblico radiotelevisivo. Anche se di “Porta a Porta” è oggettivamente più frequente la lode piuttosto che il fischio. Certo, contano gli ospiti, contano i giornalisti con le loro domande. Ma c’è sempre Bruno Vespa.

Il “vespismo” non solo è vivo e vegeto, ma si va via via confermando ben di più che un salotto politico e, sia detto almeno inter nos, molto di più del tradizionale salotto televisivo con le sue regole strette e obbligate, anche per via di quella Rete Uno della Rai che sembrerebbe fatta apposta per una burocraticità da video.                        

Intendiamoci, c’è pur sempre salotto e salotto e, se per comodità lo usiamo anche per Vespa, lo spettacolo offerto l’altra sera dall’ospite Silvio Berlusconi ha raccontato di politica pagine ben più interessanti di tante ciacole dell’impegno esibito come obbligo e firma dell’emittente, delle chiacchere sui massimi sistemi con accuse quasi sempre indimostrabili e, come capita spesso nel caso grillino, tributarie di un doppiogiochismo ad usum populi. Appunto, il popolo, quello che l’altra sera, fino a tardi, ha seguito l’ospitata berlusconiana da Vespa, non è stato né abbindolato né minacciato né tanto meno intimidito da tonitruanti insulti alla politica degli altri, ritenuti chi più chi meno impresentabili, corrotti e disonesti, e magari anche collusi.

Che poi il Cavaliere sia sempre e comunque il miglior narratore di se stesso, non è un’opinione ma un fatto, una caratteristica di fondo se non un modo di essere che, come l’altra sera ha confermato di essere tornato per così dire in pista e ciò al di là e al di sopra delle sue vicende giudiziarie, peraltro liquidate con una battuta - che battuta non è poi così vero, ma tant’è - di risposta al conduttore, “se mi assolvono in Europa sarò la guida, altrimenti farò l’allenatore”. Questo la dice lunga proprio sullo stile che il Cavaliere sembra avere imboccato non tanto con il concerto di lamentazioni sulla giustizia ingiusta - e lui ne sa più degli altri, anche perché di errori ne ha fatti ma non proporzionati alle condanne ricevute - ma mettendo in evidenza, davanti a una platea vasta ancorché notturna, l’entità più vera di ciò che gli è capitato grazie alle toghe e alla Legge Severino applicata retrospettivamente. Il tono berlusconiano è stato semplice e diretto soprattutto perché ha rivendicato l’obbligatorietà, ovvero la primazia, della politica. Di tutti, si capisce.

La giustizia intesa come toghe, procure, pm, è ancora e sempre un tema che brucia, un versante che scotta, una sorta di inferno che da noi ha assunto un ruolo e un peso che da circa vent’anni hanno condizionato la Polis italiana e ne hanno progressivamente svuotato la missione, assumendola per sé. Il dato di fatto ancora più grave è che in Italia, e solo da noi, si va delineando una sorta di Repubblica giudiziaria dove, per dirla con una Annalisa Chirico (“Il Foglio”) in splendida forma, giustizia e politica s’intrecciano, si confondono, equivalgono in una sorta di commistione permanente tra i poteri dello Stato, dove il principio costituzionale della presunzione d’innocenza è pura retorica, dove i processi hanno una durata infinita e le indagini sono spesso e volentieri una condanna preventiva, dove la giustizia sommaria si giova del circo mediatico-giudiziario, il vero alimento se non l’essenza di un partito guidato da un comico (ma non solo, se guardiamo a sinistra) e dove gogna e impunità viaggiano di conserva sullo schema della giustizia=politica persino nella terminologia mediatica del concetto di orologeria accomunato sia all’una che all’altra.

Insomma, una “giustizia di primo impatto”. E così via. Ma l’antidoto c’è? Certo che c’è ed è la restaurazione del primato della politica. Semplice, vero? Mica tanto, se osserviamo il disinteresse, il doppiogiochismo, la paura, la non convinzione di tanti politicanti.

Ma di questa non più rinviabile rinascita della politica, il Cavaliere l’altra sera ci è apparso il più convinto di tutti.

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