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Ma attenzione ai pericoli dell'antimafia militante
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di: Vittorio SGARBI   
domenica 19 novembre 2017

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La belva č morta ma ci sono le iene
Muore Totò Riina, ma non muore la mafia: questa è la rassicurante sintesi di quanti non credono che si possa battere il male e ne hanno una visione eterna e metafisica.

Le dichiarazioni sono sconcertanti. L'ex procuratore Roberti dichiara: «È morto da capo». E per la seconda volta, come fu per l'aggravarsi della malattia, mostra di non credere alla forza dello Stato: Riina è pericoloso anche da morto. Resteranno gli imbarazzi di uno Stato impaurito che ha avuto paura di sospendere il regime di 41 bis a un malato terminale in stato di semi incoscienza vegetale, solo pochi mesi fa, attribuendogli un potere simbolico ben più forte di quello reale, inesistente e perduto dopo anni di isolamento.                  

Inaccettabili anche allora le argomentazioni di Roberti: «Vorrei ricordare che il pubblico ministero Nino Di Matteo vive blindato proprio a causa delle minacce che Totò Riina ha lanciato dal carcere. Se non è un pericolo attuale questo, mi chiedo che altro dovrebbe esserci». Esiste dunque una mafia reale sottovalutata e una mafia immaginaria che è utile per creare combattenti ed eroi su un campo di battaglia che non esiste. Per questa finzione si sciolgono comuni dopo trent'anni che i boss sono stati arrestati, com'è accaduto a Corleone, per puro sfregio, per dare l'esempio, con inaccettabili azioni repressive proprie di uno Stato fascista, misure di prevenzione e interdittive dei prefetti che servono soltanto alla carriera di magistrati e burocrati.

Fai il commissario di un comune sciolto per mafia, sei pagato diecimila euro al mese (e i commissari sono tre); e vieni nominato prefetto dopo avere umiliato una città in cui i mafiosi sono tutti al cimitero, sputtani i sopravvissuti, infami gli amministratori succeduti a quelli che trattarono veramente con la mafia, e innalzi la gloria di nullità che vengono promossi da altre nullità che fanno i ministri dell'Interno, e che devono dimostrare di volere reprimere la mafia. Fino al ridicolo e oltre il ridicolo, all'infamia di sedere a fianco del sostituto procuratore che dichiara che il tuo partito è stato fondato dalla mafia. La mafia si usa per delegittimare il nemico politico o l'antagonista: si creano così le dicerie per cui Berlusconi, per affermarsi, si trasforma in mandante di stragi. E non potendolo dimostrare, si arresta Dell'Utri per un reato che non ha commesso e che non esiste.

Si tiene in galera qualcuno, in perfetto contrasto con quello che la Corte europea ha dichiarato per il caso Contrada, condannato e tenuto in carcere dieci anni, illegittimamente, non perché era innocente ma perché non doveva essere processato, in assenza di reato. Che vuol dire, in soldoni, che il magistrato si comporta come un medico che, dovendoti curare il fegato, non lo distingue dal cuore e ti applica due bypass. Esattamente così. E quei giudici ignoranti, in tutti i gradi di giudizio, in una vera e propria metastasi giudiziaria, sono ancora al loro posto. Come nel caso della malattia di Riina, non si libera Dell'Utri, arrestato per un reato che non può avere commesso, per non minare la credibilità della magistratura e per tenere sotto schiaffo Berlusconi. E la politica è impotente. Dopo Andreotti, assolto, hanno tentato con Calogero Mannino, con Nicola Mancino, e perfino con Napolitano, accusato di essere, niente meno, che il garante della trattativa Stato-mafia, indimostrata e inesistente, ma utile per umiliare concorrenti pericolosi come il generale Mori e il capitano Ultimo, carabinieri straordinari, processati per accuse inverosimili. Un continuo delirio che culmina con Mafia capitale, attribuendo a Roma un marchio di infamia che, nonostante le sentenze, viene ribadito da un altro procuratore antimafia che non sopporta di stare in una sede marginale (disagiata) come Roma fintanto che essa non sia omologata alle città conclamatamente mafiose.

Il vero abuso è quello dell'antimafia. Abuso di potere e abuso del «marchio» mafia, per vantaggio personale e per privilegi inconfessabili, che vengono fatti passare per faticose restrizioni subite, come le scorte, gli aerei di Stato, le case blindate di falsi eroi. Una retorica insopportabile e intrinsecamente criminale. Un vero abuso di potere, che portò allo scioglimento per mafia (giudicato illegittimo dal Consiglio di Stato) dei comuni di Ventimiglia e di Bordighera. Abusi, abusi continui, prepotenze, carriere facili; questo è il retroscena dell'antimafia in lutto per la morte di Riina. I milioni spesi per la trattativa Stato-mafia, pervicacemente incardinata tra il 1992 e il 1993, con il pentito eccellente Massimo Ciancimino, appena condannato a sei anni di reclusione per calunnia aggravata provata nei confronti di Gianni De Gennaro, ex capo della polizia, e di molti altri coinvolti nella finzione teatrale di una mafia, a immagine e somiglianza dei teoremi utili ai magistrati. Come ha indicato Fiammetta Borsellino, gran parte di queste inchieste, che non hanno individuato i veri colpevoli, sono forme di depistaggio.

Una verità amara per lo Stato che, per molti anni, ha continuato a fingere di non vedere le complicità di amministratori locali con le multinazionali che hanno cancellato i paesaggi meridionali con «le energie rinnovabili», per affari miliardari in cui la mafia ha trovato il suo nuovo pascolo. La Sicilia è vittima, e i danari si distribuiscono per l'Europa. La pressione mafiosa è tale, con il contributo minaccioso e dell'antimafia, che le isole Canarie sono frequentate da settantacinque milioni di persone e la meravigliosa Sicilia, mortificata, da sei milioni e mezzo. Poi se la prendono con i forestali.

tratto da www.ilgiornale.it

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