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Ventura e Tavecchio sono lo specchio del calcio italiano
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di: Pietro SALVATORI   
mercoledì 15 novembre 2017
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Solo ad affrontare le tv
C’è una ragione profonda per cui il calcio italiano tocca il suo punto più basso negli ultimi 50 anni. Sistemi societari adagiati sui diritti tv, non competitivi con i tempi che cambiano, politiche federali di retroguardia, un’opinione pubblica che se sente parlare di tutela e sviluppo dei settori giovanili si straccia le vesti urlando allo sciovinismo. C’è una ragione profonda, che verrà discussa e sviscerata nelle prossime ore, nei prossimi giorni, nei lunghi mesi in cui guarderemo da spettatori il Mondiale russo. E, ma questo è un’altro discorso, può essere anche un’occasione per ripensare virtuosamente l’intero movimento calcistico italiano.    Ma nel mondo dello sport in cui subito dietro la vittoria quel che conta è l’immagine, la narrazione, il racconto dell’evento, l’immagine di un Giampiero Ventura che non si presenta ai microfoni della Rai dopo il fallimento della Nazionale, che lascia solo un Gigi Buffon che non trattiene lacrime disperate, è una triste cartolina del calcio italiano. In buona compagnia del presidente federale Tavecchio, inspiegabilmente trincerato dietro un “comunicazioni ufficiali tra 24 o 48 ore”.

Una gestione tecnica che se nei primi mesi è stata incerta ma efficace, da Madrid in poi, dalle pallonate subite dalla Spagna, è diventata incerta e basta. Fino al culmine situazionista della lamentela contro l’arbitro dopo la sconfitta contro una Svezia rude e ordinata, ma non certa una corazzata in grado di affondarci.

Coperta da una gestione federale approssimativa. Carlo Tavecchio ha preso un buon maestro di scuola calcio, un onesto amministratore di squadre di metà classifica, gettandolo in pasto a una situazione più grande di lui. Senza creare una rete di sicurezza, senza determinare una protezione che potesse accompagnare il nuovo tecnico su un palcoscenico che non aveva mai calcato. Ma soprattutto senza virare con decisione su una riforma del nostro sistema che potesse ricalcare il modello virtuoso tedesco (inutile parlarne in questa sede, due buoni compendi si trovano qui e qui), o la rivoluzione federale andata in scena in Francia. E governi immobili, che dalla fragilina riforma Melandri non battono più un colpo nel settore, svicolando dietro lo status quo, terrorizzati dall’impopolarità che un intervento drastico inevitabilmente può generare.

Nel 2014 l’Italia è stata eliminata male ai gironi. Nel 2010 ancora peggio, sempre ai gironi. Occorreva muoversi sei, sette anni fa. Si è messa la testa sotto la sabbia, oggi raccogliamo la messe che abbiamo seminato.

La Svezia è stata solo l’imbuto in cui si sono infilati tutti i vizi d’origine del nostro sistema. Una squadra modesta, una federazione zoppicante, un allenatore che si è dimostrato inadeguato al momento della verità. Insigne che gli chiede “Qui? Qui al centro?” nella partita d’andata con gli svedesi, schierato mediano probabilmente per la prima volta nella sua vita. Bernardeschi suo omologo al ritorno, Belotti messo quasi mezzapunta, un ritorno al 3-5-2 dopo diciotto mesi di sperimentazioni su altre strade.

La cosa più desolante è stata vedere come l’Italia non abbia avuto a più pallida idea di cosa fare. È mancato un piano per conquistare il castello, è mancata un’idea di gioco, è mancato il calcio. Solo palla stancamente sull’esterno, buttala dentro e prega.

Ventura è raccontato da molti come un signore, una persona per bene. Ci crediamo. Di Tavecchio non abbiamo riscontri particolari. Il primo ha dettoSono sicuro, andremo ai Mondiali”. Il secondo: “Non andare ai Mondiali sarebbe un’Apocalisse”. Ecco, il loro lasciare solo Buffon, la sua disperazione, la sua ultima intervista con la maglia azzurra nel giorno in cui il cielo si è squarciato rivelando la nostra miseria è stato tristemente un riassunto perfetto di chi siamo e verso cosa guardiamo. Nel calcio, per lo meno.

tratto da http://www.huffingtonpost.it

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