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Per smontare il Russiagate bastano solo cinque punti
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di: Elena BARLOZZARI e Roberto VIVALDELLI   
venerdì 01 settembre 2017
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Presentato come... criminale
Russiagate: lo “scandalo del secolo”, come molti hanno sentenziato, oppure un clamoroso bluff montato ad arte per screditare il presidente Donald Trump? Ad oggi, tante illazioni ed ipotesi e pochissime prove a sostegno della presunta ingerenza dei russi nell’ultima sfida elettorale statunitense. The Donald è davvero colluso con il Cremlino? Ha ricevuto informazioni riservate e confidenziali da Mosca o divulgato le famose e-mail di Hillary Clinton?

La recente ed estenuante cronaca ci dice che, nelle scorse settimane, il procuratore speciale Robert Mueller, alla guida dell’inchiesta sul Russiagate, ha designato un grand jury convocandolo a Washington. La macchina giudiziaria ha così iniziato a muoversi acquisendo documenti e testimonianze dell’incontro che il rampollo dei Trump, Donald Jr, tenne nel giugno 2016 con l’avvocatessa russa Natalia Veselnitskaya. Secondo una notizia data in esclusiva dal solito Washington Post, inoltre, alcuni agenti dell’FBI hanno compiuto una perquisizione nella casa di Paul Manafort che, nel 2016, era a capo della campagna elettorale dell’allora candidato GOP. Cosa cercano gli inquirenti? Il presidente rischia davvero l’impeachment? Dalle dimissioni dell’ex consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn ad oggi, però, il Russiagate appare poco più che un’affascinante suggestione. Vediamo il perché in cinque punti essenziali.

Gli esperti dell’intelligence sgonfiano il caso

Innanzitutto, c’è il dossier redatto dal VIPSVeteran Intelligence Professionals for Sanitygruppo di ufficiali della Comunità d’intelligence degli Stati Uniti costituitosi all’indomani dell’invasione occidentale dell’Iraq (2003). All’epoca furono pochissimi a mettere in discussione le prove – poi rivelatasi fasulle – dell’ex Segretario di Stato Colin Powell. Secondo le analisi scientifiche da loro condotte, il 5 luglio 2016, i dati dei computer Comitato Nazionale Democratico vennero divulgati (e non hackerati) da una persona con accesso fisico ai computer del Comitato e, in seguito, “inquinati” in modo da incriminare la Russia. Dopo aver esaminato la dinamica dell’intrusione di “Guccifer 2.0” nel server del Comitato Nazionale Democratico, gli 007 in pensione hanno parlato di “lavoro svolto dall’interno”: un membro dell’organismo dem avrebbe quindi copiato il materiale su un dispositivo esterno di memorizzazione ed inserito “segnali sospetti” affinché il Cremlino venisse implicato nella questione. 

La versione del Premio Pulitzer Seymour Hersh

In una telefonata privata pubblicata su YouTube senza il consenso dell’interessato, il Premio Pulitzer Seymour Hersh sembra caldeggiare l’ipotesi della gola profonda sulla base di informazioni molto dettagliate e di prima mano ricevute da contatti interni all’FBI e a Washington DC. Secondo quanto raccolto da Hersh, le e-mail hackerate sarebbero state consegnate a WikiLeaks da un impiegato del Comitato Nazionale Democratico – nientemeno che l’ormai defunto Seth Rich – e l’intero racconto delle interferenze russe sarebbe stato intenzionalmente fabbricato dai servizi segreti degli Stati Uniti.

Nella conversazione, Hersh spiega come Rich è entrato in contatto con Wikileaks, consegnando all’organizzazione di Julian Assange il contenuto della corrispondenza digitale in cambio di una ricompensa in denaro. Hersh afferma inoltre che il contatto di Rich presso Wikileaks era noto all’FBI e all’intera comunità d’intelligence degli Stati Uniti. Nella stessa conversazione telefonica, il celebre giornalista investigativo accusa la CIA di aver fatto emergere la narrazione dell’ingerenza di Mosca e, in particolare, punta il dito contro il suo ex direttore, John Brennan, da lui individuato come la mente di questa operazione di spin.

Kushner fa a pezzi la narrativa sul Russiagate. E nessuno lo smentisce

I contatti avuti con alti esponenti russi sono stati ricostruiti e circostanziati, alla fine di luglio, anche da Jared Kushner. Il genero del presidente USA ha infatti pubblicato un documento molto importante e dettagliato rispetto alle accuse di collusione con la Russia mosse nei suoi confronti. Una ricostruzione che appare estremamente convincente:

Ho avuto migliaia di chiamate durante la campagna elettorale, ma non ricordo telefonate con l’ambasciatore. Abbiamo esaminato i tabulati telefonici a nostra disposizione e non ne abbiamo avuto traccia. I tabulati telefonici, infatti, non riportato quelle chiamate e sono molto scettico sul fatto che esse abbiano avuto luogo. […] Non avevo un rapporto con l’ambasciatore prima delle elezioni poiché lo conoscevo a malapena. Infatti, il 9 novembre, il giorno dopo le elezioni, non riuscivo nemmeno a ricordare il suo nome. Attraverso il mio avvocato, ho chiesto alla Reuters di fornite le date in cui queste chiamate si supponeva fossero avvenute. Il giornalista si è rifiutato di fornirci le prove”. Nessuno ha smentito né la sua versione dei fatti, né le prove che ha mostrato alla Commissione del Senato che indaga sul Russiagate. Forse perché Kushner ha ragione?

Le e-mail che non inchiodano il figlio di Trump

Come vi avevamo già raccontato su Gli Occhi della Guerra, nemmeno le e-mail diffuse dal figlio del tycoon, finito anche lui nell’occhio del ciclone, rappresentano una prova. In proposito Limes scrive che le mail diffuse da Donald Jr. “non inchiodano Trump”. L’unico obiettivo delle notizie sinora pubblicate sarebbe quello di “tenere a bada l’attuale presidente: eccessive aperture ai russi o eccessive chiusure alle indicazioni degli apparati potrebbero costargli caro”. Donald Trump Jr, prima di incontrare i rappresentanti di Mosca, ricevette un’email da un cittadino britannico. Nella corrispondenza digitale, l’uomo – promoter musicale ed ex giornalista di tabloid, non certo il più attendibile dei profili – lo informava del fatto che le notizie riguardanti la candidata democratica “erano parte di un piano di Mosca per aiutare il candidato repubblicano a vincere le presidenziali”. 

Ma, come ha scritto Gian Micalessin su Il Giornale, “il Russiagate dopo mesi di campagne di stampa e d’indagini condotte dall’Fbi e dalle altre agenzie d’intelligence resta una faccenda priva di riscontri concreti. O, meglio, un’ipotesi investigava tutta da dimostrare e da provare”. 

Le bufale della CNN

A propendere per la versione fake news sono persino i media non allineati con il presidente USA. Così anche un giornalista della CNN finisce con l’ammettere che il Russiagate è stato “pompato” ad arte dalla stampa a beneficio dello share. Jhon Bonifield, producer della nota emittente di all news statunitense, ha infatti affermato: Il Russiagate serve soltanto a drogare gli ascolti. Dichiarazioni scottanti, catturate dalle telecamere nascoste di Project veritas, il sito di controinformazione conservatore diretto da John O’Keefe. Nel corso dell’intervista, ovviamente rubata, il producer americano svela l’esistenza di un ordine impartito dai vertici della CNN a tutti i giornalisti: trovare materiale contro Donald Trump “a qualunque costo” e, soprattutto, “senza preoccuparsi di prendere cose false con cose vere”.

Così, come riporta Il Giornale, “non appena è venuto fuori che lo scoop sui legami tra Scaramucci e i russi altro non è che una fake news, l’autore del servizio Thomas Frank (già candidato al premio Pulitzer), Eric Lichtblau (ex giornalista del New York Times e premio Pulitzer nel 2006) e Lex Haris, capo del nuovo team investigativo della CNN di Atlanta, hanno lasciato l’emittente”.

tratto da www.occhidellaguerra.it

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