“Complice” o “vitti ma”. Due immagini deformate hanno descritto l’atteggia mento del Presidente della Repubblica di fronte alla firma di quel decreto salva-liste presentato dal governo che non ha influenzato le decisioni del Tar del Lazio. Due definizioni che riassumono il difficile rapporto fra l’opposizione e il Quirinale.Di Pietro, il popolo “viola”, giornali come il Fatto hanno scelto da tempo la linea dello scontro frontale con la prima carica dello Stato. Gli imputano di non essere in prima linea contro Berlusconi, di non interpretare la presidenza della Repubblica come l’avamposto del movimento giustizialista pronto a dare scacco matto a palazzo Chigi.
Dalle accuse di viltà e di connivenza siamo passati addirittura alla richiesta di impeachment.
C’è un’altra parte dell’opposizione, ben rappresentata dall’intervista di ieri a Repubblica di Piero Fassino, che preferisce raccontare il presidente come vittima del ricatto della destra. In tutte e due le interpretazioni viene rappresentata una democrazia resa debole dalla fragilità del Quirinale. Non bisogna conoscere Giorgio Napolitano per sapere quanto le due immagini che ne illustrano la presidenza siano per lui sommamente irritanti. Paradossalmente è forse più irritante la seconda, quello che lo descrive come “vittima”, di quella che lo racconta come “complice”. Il Quirinale ha spiegato bene le sue ragioni. Di fronte all’ipotesi di elezioni falsate dalla mancata presenza del maggior partito di governo ha scelto la strada di consentire la promulgazione di un decreto interpretativo che favorisse una consultazione elettorale “normale”.
E’ del tutto legittimo dissentire da questa scelta. C’erano altre strade percorribili, ad esempio il rinvio delle elezioni nel Lazio e in Lombardia per consentire di sanare la situazione. Il Quirinale ha badato alla sostanza. Ha rifiutato di avallare la tesi che fosse accettabile una competizione elettorale monca, senza la presenza del maggiore competitor del centro-sinistra. E’ stata una scelta né obbligata né frutto di debolezza. E’ stata, viceversa, una scelta difficile ma presa in totale autonomia e nel rispetto del ruolo di garanzia della presidenza della repubblica. Non a caso ieri Napolitano, rispondendo indirettamente ai suoi critici, ha ribadito che non v’è allarme per la democrazia e che la Costituzione rappresenta valori e principi “largamente condivisi al di là delle divisioni politiche”.
Il centro-sinistra è riuscito invece a trasformare un’occasione di vantaggio in una nuova disastrosa guerra civile. La posizione di Di Pietro è largamente comprensibile anche se, ovviamente, non condivisibile. Di Pietro e il variegato mondo “viola” tendono a presentarsi come i legittimi e unici interpreti dell’opposizione anti-berlusconiana. Da tempo l’ex pm tenta di erodere pezzi di elettorato di sinistra raffigurando la parte più moderata dello schieramento avverso a Berlusconi come complice del governo. La polemica con il Quirinale, oggi contro Napolitano, ieri contro Ciampi, è prigioniera di questo disegno. Nello schema di una battaglia che non faccia prigionieri è assai funzionale l’assalto alla prima carica dello Stato.
Se ripercorriamo questi due anni ci accorgiamo che siamo di fronte ad un crescendo di accuse senza precedenti. E’ però altrettanto stupefacente che via sia un’altra parte dell’opposizione che continua a sottovalutare il ruolo che la Presidenza della Repubblica si è ritagliato interpretando in modo corretto i propri compiti. La funzione fondamentale del capo dello stato è quella di consentire un corretto svolgimento del gioco democratico. Le condizioni in cui si svolgono le elezioni sono una pezzo importante di questa partita. Ed è stata questa la ragione che ha spinto Napolitano ad apporre la firma su un decreto, ampiamente criticabile, che tuttavia ha sanato una stortura delle prossime consultazioni. Del resto anche un ex presidente della repubblica particolarmente interventista come Oscar Luigi Scalfaro ha dovuto riconoscere che l’atteggiamento di Napolitano è stato ineccepibile. Il centro-sinistra sta sprecando una occasione.
C’è stato un momento in cui l’offerta di collaborazione per consentire al PdL, nonché a Formigoni e Polverini, di essere presenti al voto aveva contrassegnato un atteggiamento serio e responsabile, persino di Di Pietro. Poi più nulla. Dopo il decreto, che non piace neppure a me, c’è stata una continua rincorsa all’accensione dei fuochi. Oggi c’è la prospettiva di una
Evitata una gravissima lacerazione
manifestazione politica, come quella di sabato prossimo, che rischia di trasformarsi in un atto d’accusa contro Napolitano. Può diventare un boomerang. Può dividere ulteriormente il centro-sinistra e aprire una lacerazione gravissima con il capo dello Stato. Purtroppo la suggestione della piazza “viola” è più forte degli inviti alla moderazione che vengono dalle stesse fila del Pd.
Non si capisce quale vantaggio possa venire al centro-sinistra da un finale di campagna elettorale tutto incentrato sulla polemica con il Quirinale. Immaginiamo che cosa sarebbe successo se il capo dello Stato avesse seguito i consigli dei suoi critici. Avremmo avuto una campagna elettorale in cui il centro-destra, vittima dei suoi errori, sarebbe stato fuori dalla competizione, la situazione politica si sarebbe accesa con un conflitto istituzionale senza precedenti, il centro-sinistra avrebbe potuto vincere nel Lazio e in Lombardia portando a casa un risultato di nessun valore politico. Invece di dire grazie a Napolitano, c’è chi vuole imbastirgli un processo di piazza e chi, come il Pd, non riesce mai a sottrarsi all’abbraccio mortale con il radicalismo.