C’è chi, specialmente commentatori tradizio nalmente schierati a sinistra, ha colto nelle parole di Gianfranco Fini un’encomiabile tensione istituzionale, una giusta preoccupazione per gli equilibri costituzionali. A me sembra l’esatto contrario: le sue tesi sono politicamente legittime, la sua denuncia di scarsa dialettica e democrazia interna al partito che lo ha eletto è fondata (magari poteva accorgersene prima, magari poteva considerare che egli stesso dirigeva in quel modo il suo partito), ma il ruolo che ricopre non è quello dell’agitatore politico, perché la maggioranza elettorale lo ha portato a presiedere la Camera dei Deputati, ovvero a svolgere una funzione di garanzia istituzionale.
Tirerà la corda ma non la spezzerà. Resterà in casa, ma farà il cavallo di Troia, senza offesa per nessuno. Non fonderà il partito farfalla di cui si parlava ma il partito-tarma che corrode la mobilia dall’interno. Dicono che parlerà chiaro e forte, e sul tono e il timbro di voce non c’è dubbio che sarà così: è sui contenuti che sarà chiara e forte la sua ambiguità, vorrà tenere il piede in due staffe. Non fonderà ma annuncerà, non deciderà ma minaccerà. Che statista, ma che bravo, diranno i giornali che faranno la ola ad ogni antiberlusconata.
Belpietro scrive nel suo editoriale di oggi, a proposito dei supposti tentativi di farlo tacere: “Anche perché il problema non credo consista nel convincere la mia trascurabile persona a tacere, rinunciando a conoscere le delucidazioni del presidente della Camera sulle questioni sollevate. Semmai si tratta di persuadere le decine di migliaia di lettori che ci hanno scritto in queste settimane, reclamando le dimissioni di Fini. Come spiegar loro che in questo mese non è successo niente, ma che tutto è stato uno scherzo da dimenticare in fretta? Anche perché, se il problema fosse solo indurre me a star zitto, lo si potrebbe risolvere in fretta: basta farmi licenziare.” Bravo! Bravo! Bravo!
Può essere una ennesima provo- cazione all’interno del Pdl. Questa volta portata avanti da qualche esponente di cul- tura liberale deciso a rompere la marginalizzazione in cui è finito. A cui, naturalmente, si accodano e sono destinati ad accodarsi i finiani in debito di idee ma alle eterna ricerca della distinzione dal gruppo dirigente del Pdl. Può essere, sul fronte opposto, il nuovo tentativo dei veltroniani bipolaristi di allargare la distanza già profonda ed amplissima che li separa dalla maggioranza del Pd dalemian-bersaniana nostalgica della partitocrazia proporzionalistica della Prima Repubblica.
Noi de La Torre Normanna, orgo- gliosi meridionali ed “italiani medi che votano Berlusconi” come ci insultano e definiscono, pensando di risultare intelligenti, gli intellettualini dell’opposizione sinistrata e finiano-monegasca, alla fine semplicemente constatiamo e descriviamo alcune anomalie della Crisi Politica di questa Legislatura. Una Crisi assurda e sospetta. In un Paese normale non va in Crisi chi vince tutte le Elezioni, l’ultima pochi mesi or sono. Innanzi tutto è da 20 anni e più che sopportiamo la retorica progressista del “Paese Normale”: la tesi cattocomunista che l’italia non è un Pese “normale”.
Caro onorevole Veltroni, abbiamo letto con interesse la sua lettera all'Italia e crediamo utile provare a ragionare sulla attuale fase politica e sulle sue prospettive futuro assumendo come premessa alcune delle sue considerazioni. Considerazioni che in parte condividiamo. Ma che ci conducono a conclusioni differenti dalle sue. Del resto, anche rischiando il ludibrio degli amici, amiamo - soli in tutto il Paese - qualificarci come veltroniani di destra e siamo quindi attenti alle sue evoluzioni e alle sue considerazioni.
Cinque i punti pro grammatici - fede- ralismo, fisco, Sud, giustizia e sicurezza - emersi dal vertice del Pdl. "Su questi punti, che ripercorrono il programma di governo - ha spiegato il premier Silvio Berlusconi in una conferenza stampa al termine della riunione a Palazzo Grazioli - il Pdl intende chiedere un rinnovato impegno del Parlamento" e si aspetta un "cammino rapido, senza ripensamenti", nell'approvazione di quelle riforme che i cittadini chiedono. Il vertice ha quindi "dato mandato ai capigruppo alla Camera e al Senato di preparare nei dettagli la mozione da presentare alle Camere".
La discussione su un problema istitu zionale assai serio, la distanza tra la Costituzione for male e quella materiale, è dege- nerata in una specie di pecoreccio infarcito di osservazioni estemporanee e irrispettose, il che rende più difficile arrivare al nocciolo reale della questione. Questione, peraltro, tutt’altro che nuova. La scomparsa di Francesco Cossiga dovrebbe far ricordare come da presidente della Repubblica si sia battuto per combattere le incrostazioni partitocratiche, per aprire la strada a una riforma istituzionale quanto mai necessaria e che ancora attende di essere realizzata.